Prezzi delle case: differenze fra Italia e resto del mondo

Posted by on Dic 7, 2017 in Mutui | 0 comments

La crisi dei precedenti anni sta finalmente lasciando il posto ad una lenta ricrescita, ma i prezzi delle case in Italia tendono a rimanere bassi, nonostante la ripresa sia concreta anche nel settore immobiliare ed edilizio. Questa stentata ripartenza del valore degli immobili è dovuta ad un potere d’acquisto ancora troppo basso, legato a stipendi minimo o precari che non permettono di investire in maniera concreta. Ma come se la cava il resto del mondo? In questo breve articolo vedremo i dati delle altre nazioni e li confronteremo col nostro Paese.

Secondo dei recenti rilevamenti effettuati da BIS (Bank for International Settlements), sembra che i paesi evoluti abbiano più difficoltà ad incrementare i prezzi delle case rispetto a quanto accade nei paesi in via di sviluppo. I numeri parlano chiaro: Canada, Australia e Stati Uniti sono stati i Paesi evoluti che hanno registrato il tasso di crescita annuo dei prezzi più alto: rispettivamente 16%, 8% e 4%. I Paesi europei e il Regno Unito hanno registrato in media un aumento annuo del 2%, ma il risultato è ancora inferiore del 9% rispetto al 2008 e al periodo pre-crisi.

Tra i Paesi emergenti è l’Asia che si piazza al primo posto come mercato più vivace, con in testa Hong Kong che cresce al ritmo del 19% annuo, quindi la Cina con l’8% e l’India con +65%. I prezzi in media sono in tutto il continente più alti di quelli del 2008 di ben il 27%. L’ Italia invece si trova a fare i conti con i danni postumi della crisi che ha abbassato il valore degli immobili di circa l’ 1% per ogni anno di crisi arrivando fino ad un 10% circa in meno, portando il nostro Paese ai livelli di Sud Africa, Brasile e Russia.

Acquistare ora un immobili coi prezzi delle case così bassi potrebbe essere un’ ottima idea se avete i soldi per potervelo permettere. Le previsioni infatti lasciano sperare che l’incremento degli ultimi anni sarà costante nel tempo e quindi, nel lungo periodo, una valida scelta.

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I primi passi per giocare in borsa

Posted by on Set 16, 2017 in Varie | 0 comments

Giocare in borsa è un ottimo metodo per guadagnare facilmente, sopratutto in periodi di crisi quando il lavoro manca. Per cominciare a giocare sui mercati finanziari non ci sono requisiti particolari, ma è assolutamente necessario avere almeno un’ infarinatura di base su come funziona la borsa e sui rischi che si possono correre, a volte anche piuttosto seri, se non si fa attenzione alle proprie scelte.

Per prima cosa dovreste almeno conoscere la terminologia di base come il media mobile, stop loss, take profit eccetera. Non servono corsi specifici per apprendere le nozioni di base, infatti potrete trovare in giro per la rete tantissime guide che vi spiegano come muovere i primi passi in questo mondo, ma nel caso invece voleste apprendere vere e proprie tecniche di analisi dei mercati, o di investimento, allora la cosa migliore è rivolgersi a dei corsi professionali seri.

Per cominciare è consigliabile usare piattaforme che permettano la simulazione virtuale degli investimenti (demo) poichè avrete la possibilità di fare pratica senza investire soldi reale, così da apprendere al meglio le basi di vendita e acquisto delle azioni senza rischi. Alcune fra le più famose sono Plus 500 per iniziare oppure Metatrade e Oanda per i più esperti.

Non è necessario un capitale iniziale elevato, addirittura alcune banche permettono di cominciare anche con un conto a 0, di media comunque si consiglia di investire un minimo di 1000 euro per titoli derivati o dai 5 ai 10000 euro per azioni comuni.

Comprare una determinata azione piuttosto che un’ altra non è solo questione di istinto, per abbassare i rischi ed aumentare le probabilità di guadagno è necessario capire gli andamenti del mercato, analizzarli a fondo e provare a prevedere, sulla base dei dati raccolti, se le borse saliranno o scenderanno. Ci sono diversi metodi per fare ciò, alcuni prediligono analizzare a fondo i danti della singola azienda su cui vogliono investire, altri guardano all’andamento generale del settore.

Insomma ci vuole pazienza e dedizione per comprendere quando è meglio acquistare e quando è più consigliabile vendere.

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Gestione Partita Iva: a chi affidarla?

Posted by on Ago 12, 2017 in Notizie Legali | 0 comments

La gestione della Partita iva non è certo un compito facile e richiede, oltre che una buona dimestichezza coi numeri, anche un’ attenta dedizione alle mutevoli leggi economiche italiane. Un imprenditore o un libero professionista che già devono badare a tanti problemi ogni giorno di certo non possono essere in grado di occuparsi anche di questo, il più delle volte si sceglie quindi di delegare il tutto ad un commercialista ma come si fa a scegliere il collaboratore giusto a cui affidare un compito così delicato?

L’ affidabilità è ciò che distingue un bravo commercialista da uno che è meglio evitare. In fondo gli stai affidando la tua vita economica e se dovesse fare qualcosa di poco raccomandabile a pagarne le conseguenze saresti tu e la tua attività. Alle opzioni disponibili più classiche (studio del commercialista), oggi possiamo aggiungere anche il commercialista online (tipo Commercialista Per Me n.d.r.) che ti offre innumerevoli vantaggi nella gestione della partita Iva.

Tramite un apposito software gestionale il commercialista online è in grado di predisporre per te tutti i documenti necessari al pagamento delle imposte, i calcoli previdenziali e la dichiarazione dei redditi che tu dovrai solamente verificare e compilare da casa o dal tuo ufficio. Questa pratica modalità di gestione della Partita Iva è ottima perché ti perfette di monitorare costantemente tutto ciò che ti riguarda per non avere brutte sorprese oltre a farti risparmiare tempo e denaro.

Il nostro suggerimento è quello di rivolgerti a Commercialista Per Me, di cui trovi il link al sito in questo articolo, per poter stare tranquillo ed in regola con la legge. Non dovrai più preoccuparti di niente e soprattutto non c’è più bisogno di perdere intere giornate di lavoro per una consulenza. Il tutto avverrà direttamente online o per via telefonica.

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Soldi alla politica: da dove vengono i finanziamenti?

Posted by on Giu 6, 2017 in Finanziamenti | 0 comments

Chi si è trovato nell’ambito politico, anche a livello regionale o comunale, sa per certo quanti fondi siano necessari per sostenere un’ attività del genere, non solo in periodo di elezioni ma anche per tutto il resto dell’anno. Ma i finanziamenti ai partiti da dove vengono? Chi sono i misteriosi benefattori che sostengono una compagine piuttosto che un’altra e quali sono le loro motivazioni per giustificare investimenti così cospicui?

La realtà è che nella maggior parte dei casi, non è possibile dare un reale volto a questi misteriosi benefattori che, saggiamente, si avvalgono della legge sulla privacy per rimanere nell’anonimato più completo. Naturalmente i politicanti nostrani quando ricevono i finanziamenti non si pongono certo troppe domande, ne obbligano chi non lo desidera, a rivelare la propria partecipazione alle spese di partito.

La legge sulla privacy dunque è uno scudo, un velo che impedisce di conoscere l’identità dei finanziatori, ma perché questo dovrebbe essere un problema? A noi cittadini effettivamente cambia poco o nulla sapere chi sostiene un determinato partito, eppure un certo grado di trasparenza dovrebbe essere sempre garantito, soprattutto quando si parla di cifre non indifferenti.

Vista la graduale estinzione dei rimborsi elettorali, che probabilmente sparirà definitivamente entro la fine di quest’anno, i partiti si sono già messi ai ripari cercando nuovi modi di finanziarsi fra cui, il più recente è il cosiddetto “fund rising” o più comunemente raccolta fondi. Per racimolare “qualche” soldo si organizzano cene elettorali, alle quali partecipano gli interessati a dare il loro contributo al partito arrivando così in poche ore a raccogliere cifre esorbitanti.

Caso eclatante che testimonia l’efficacia di questo sistema è quello avvenuto nel novembre del 2014 organizzato dal PD, che in 2 serate, una a Roma e una a Milano, in 48 ore ha raccolto oltre un milione e mezzo di euro dai 1500 partecipanti. Figure che però, per la maggior parte, hanno scelto di rimanere nell’anonimato.

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L’associazionismo notarile

Posted by on Feb 15, 2017 in Notizie Legali | 0 comments

Quante volte abbiamo sentito parlare di associazionismo notarile? In quinti sanno di cosa si tratta realmente? Perchè moltissimi notai scelgono di approcciarsi alla proprio professione in queste modalità? Quale vantaggio possono trarre i cittadini da questa scelte? Nel seguente articolo cercheremo di fare luce su queste domande e molto altro, spiegando nel dettaglio le motivazioni che danno vita a questo fenomeno sempre più diffuso.

Prima di passare all’analisi bisogna però comprendere che cosa si intende con associazionismo notarile e cosa tale termine sott’intende. Sicuramente anche nella vostra città avrete uno o due studi notarili nei quali è possibile trovare più notai associati. Pur essendo una carica pubblica con enormi poteri infatti il notaio è anche un libero professionista e, al pari degli avvocati, può trarre enorme beneficio dalla collaborazione coi colleghi.

Il termine “associazionismo notarile” dunque non è altro che un modo forbito ed altisonante per identificare una pratica che, ormai, è divenuta quasi la norma. I notai scelgono di aprire studi in società o di aderire a studi già avviati proprio per alleggerire il carico di lavoro ed avere altri punti di vista professionali su eventuali materie di cui non sono ancora del tutto esperti.

Spesso l’ associazionismo notarile nasce proprio durante il periodo di tirocinio (si anche i notai devono per legge fare un periodo di apprendistato), di un neo notaio che, grazie all’esperienza e alla supervisione dei colleghi più anziani ha la possibilità di “farsi le ossa” come si suol dire, in una delle professioni più complesse ed onerose che esistano.

Alcuni notai scelgono di rimanere al fianco dei loro mentori anche dopo il periodo di tirocinio e l’assunzione della carica effettiva così da farsi un nome tramite i clienti del collega e per fornire al cittadino una visione più completa delle possibilità che riguardano le sue pratiche, grazie ad una doppia consulenza. Insomma l’associazionismo notarile è così diffuso proprio per gli enormi benefici di cui possono godere sia i notai che lo praticano ma anche i clienti del loro studio.

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Il prestito per lavoratori autonomi, ecco le differenze

Posted by on Gen 30, 2017 in Prestiti | 0 comments

Ottenere un prestito non è mai cosa facile poiché per averne diritto le banche chiedono garanzie tangibili. Anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti possono chiedere un prestito seguendo le medesime procedure a cui devono sottoporsi i lavoratori dipendenti, la reale differenza sta però nelle garanzie a loro richieste per poter sperare di ricevere l’assenso al prestito da parte dell’istituto di credito.

Lavorare in proprio non garantisce un’ entrata mensile fissa come potrebbe essere per un lavoratore dipendente a tempo indeterminato, quindi lo stipendio non esiste e non può essere usato come garanzia. La soluzione solitamente più adottata dai lavoratori indipendenti è quella di presentare il modello Unico che, se dimostra una certa regolarità nelle entrate e nelle cifre può essere preso come garanzia valida dagli istituti di credito.

Come abbiamo detto però fare il libero professionista può presentare periodi favorevoli come anche periodi totalmente contrari con un’ oscillazione nei guadagni non indifferente. In questi casi il modello Unico non è più sufficiente per ottenere il prestito per questo motivo bisogna ripiegare su altre soluzioni. Una delle più utilizzate è la garanzia da parte di terzi, solitamente un parente stretto del richiedente, dotato di uno stipendio fisso.

Altre forme di garanzia possono essere l’ipoteca su un immobile, il possesso di pacchetti azionari, un canone d’affitto o anche l’assegno di mantenimento dell’ex coniuge se percepito con regolarità. Ultima risorsa è l’assicurazione sulla vita a patto che la polizza esista da almeno un paio d’anni. Vista la natura fortemente rischiosa dei prestiti verso i liberi professionisti, le banche scelgono di tutelarsi imponendo un tasso fisso più elevato rispetto alla media.

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