Chi si è trovato nell’ambito politico, anche a livello regionale o comunale, sa per certo quanti fondi siano necessari per sostenere un’ attività del genere, non solo in periodo di elezioni ma anche per tutto il resto dell’anno. Ma i finanziamenti ai partiti da dove vengono? Chi sono i misteriosi benefattori che sostengono una compagine piuttosto che un’altra e quali sono le loro motivazioni per giustificare investimenti così cospicui?

La realtà è che nella maggior parte dei casi, non è possibile dare un reale volto a questi misteriosi benefattori che, saggiamente, si avvalgono della legge sulla privacy per rimanere nell’anonimato più completo. Naturalmente i politicanti nostrani quando ricevono i finanziamenti non si pongono certo troppe domande, ne obbligano chi non lo desidera, a rivelare la propria partecipazione alle spese di partito.

La legge sulla privacy dunque è uno scudo, un velo che impedisce di conoscere l’identità dei finanziatori, ma perché questo dovrebbe essere un problema? A noi cittadini effettivamente cambia poco o nulla sapere chi sostiene un determinato partito, eppure un certo grado di trasparenza dovrebbe essere sempre garantito, soprattutto quando si parla di cifre non indifferenti.

Vista la graduale estinzione dei rimborsi elettorali, che probabilmente sparirà definitivamente entro la fine di quest’anno, i partiti si sono già messi ai ripari cercando nuovi modi di finanziarsi fra cui, il più recente è il cosiddetto “fund rising” o più comunemente raccolta fondi. Per racimolare “qualche” soldo si organizzano cene elettorali, alle quali partecipano gli interessati a dare il loro contributo al partito arrivando così in poche ore a raccogliere cifre esorbitanti.

Caso eclatante che testimonia l’efficacia di questo sistema è quello avvenuto nel novembre del 2014 organizzato dal PD, che in 2 serate, una a Roma e una a Milano, in 48 ore ha raccolto oltre un milione e mezzo di euro dai 1500 partecipanti. Figure che però, per la maggior parte, hanno scelto di rimanere nell’anonimato.